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The Haunting in Connecticut

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Manifesto di The Haunting in Connecticut

La storia americana, si sa, è sempre stata molto prolifica di storie e storielle sui fantasmi. Racconti di case infestate dagli spiriti e leggende di defunti molesti trovano attenzione negli archivi di molte città. E così possiamo spaziare dagli interi villaggi del Connecticut scomparsi come risultato di sinistre presenze, agli abitanti di cittadine vittime di processi di follia di massa conseguenti all’apparizione di spiriti. Nel 1987 una manifestazione di spiriti particolarmente inquietante si è verificata nella città di Southington, sempre in Connecticut, presso una famiglia che si era appena trasferita in una casa a lungo disabitata. Subito dopo il trasloco i membri della famiglia avevano scoperto un piccolo cimitero sul retro, una camera di imbalsamazione nel seminterrato e cassetti pieni di terribili fotografie di cadaveri. In poche parole ben presto si viene a sapere che la loro abitazione era stata, negli anni Venti, una camera funeraria. Il paranormale entra così nella loro vita: strani suoni, cambi di temperatura, visioni sempre più intense e frequenti di figure misteriose che li porteranno quasi alla pazzia. Basato su una storia vera, la lavorazione del film risale a circa sei anni fa quando il produttore vide un documentario televisivo sugli orrori sopportati da una famiglia americana. E l’idea di collegare una storia avvincente a persone reali e non inventate, ha catturato anche l’idea del regista Peter Cornwell (qui è al suo debutto con un lungometraggio, anche se la sua fama internazionale è arrivata col corto animato “Ward 13″). Costante omaggio a precedenti pellicole del calibro di “Poltergeist”, “La casa delle anime perdute” e soprattutto del classico “Amityville horror”, l´ultima release del genere horror (diciamolo pure: tipico dell´inizio delle nuove stagioni cinematografiche) è un film che si segue volentieri dall´inizio alla fine. Forse merito del lavoro degli sceneggiatori Adam Simon & Tim Metcalfe (che possono vantare una carriera di collaborazione, tra gli altri, con Oliver Stone, John Landis, James Cameron e Steven Spielberg) che vanno ampiamente oltre le solite tattiche di paura basate sulla tortura e sull’eccessivo spargimento di sangue. Ben curato nella fotografia (ci è piaciuta l´idea dei flashback con il loro uso particolare dei colori e le fotografie in bianco e nero che danno quella giusta sensazione di antico), effetti visivi di buona fattura, buone atmosfere nella casa infestata. Una tensione mantenuta costante per i novanta minuti di film dove la storia (soprannaturale) si connota anche di un´attenzione particolare alla malattia del figlio adolescente (il giovane promettente Kyle Gallner, classe 1986, noto principalmente per il suo lavoro nella serie TV “Veronica Mars” e qui con una prova d´attore veramente convincente). Accanto a lui la candidata all’Oscar per “Sideways” Virginia Madsen (madre forte e religiosa, che combatte per tenere unita la famiglia, rischiando una crisi di fede a causa del male entrato nella sua stessa casa) e un Martin Donovan, padre dalle buone intenzioni, che lotta per uscire dalla pressione finanziaria che la famiglia si trova ad affrontare. Come ha scritto Carmen Reed(la donna che ha vissuto l´esperienza nella realtà): “Voglio che la gente sappia che questo è realmente accaduto. Il fatto che le persone vedano cose incredibili o sentano voci incredibili non significa che queste persone siano pazze. Io non credevo ai fantasmi e che certe cose potessero succedere; ma dobbiamo capire che non tutto quello che succede ha delle risposte”.

Pubblicato in: Recensioni e critiche

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Informazioni sull'autore dell'articolo: Appassionato di cinema, scrivo per diversi blog tematici. Amo i thriller psicologici ma mi lascio conquistare da generi anche molto diversi!

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