Soul Kitchen, recensione
Mirko Z. | gen 18, 2010 | Commenti 2
(Grazie a Piergiorgio Ravasio per la recensione e scusaci per il ritardo). Il ristorante Soul Kitchen di Amburgo non è proprio rinomato per la sua cucina raffinata. Nonostante questo i fedelissimi clienti vanno matti delle pietanze che Zinos offre loro, accompagnate dalla buona musica che riecheggia nel vecchio magazzino adibito a luogo di ristoro.
Nadine è la bella e agile fidanzata di buona famiglia, che sta per partire per Shanghai come corrispondente di un quotidiano. Shayn è l’eccentrico chef di un ristorante che viene licenziato in tronco dal suo capo. Illias è il fratello di Zinos, in libertà vigilata per un trascorso poco piacevole. Lucia l’avvenente cameriera che fa breccia nel cuore di Illias.
Aggiungiamoci un funzionario dell’Ufficio Imposte, un Ispettore sanitario, una scuola di ballo, un agente immobiliare senza scrupoli che vuole comprare il ristorante, un potente afrodisiaco in un dessert, una pericolosa partita a poker, un’asta giudiziaria dal finale troppo assurdo, una lavatrice pesante e un’ernia al disco.
Mescoliamo insieme per bene il tutto ed eccoci servito un bel piatto. Tranquilli. Non sono queste le ricette del Soul Kitchen; ma sicuramente sono gli ingredienti di una simpatica, piacevole e divertente commedia che ha strappato lunghi applausi di pubblico all’ultimo Festival del Cinema di Venezia e il Premio Speciale della Giuria alla medesima manifestazione di qualche mese fa. Pellicola insolita per un cineasta dai precedenti di ben altro tenore drammatico, al timone della nave troviamo Fatih Akin. Giovane regista (classe 1973) ma con all’attivo cortometraggi e documentari (“Crossing the bridge” sulla sfaccettata scena musicale turca di oggi), “Ai confini del Paradiso” (anch’esso insignito di numerosi premi) e una svolta internazionale nella sua carriera con il potente e arrabbiato film “La sposa turca” (che gli vale un Orso d’oro al Festival di Berlino).
Impianto narrativo classico, ma sviluppato in maniera sicuramente originale, “Soul Kitchen ” si risolve in una storia di amicizia e di amore, in un’esaltazione del concetto di famiglia e di comunità. Uno spaccato di vita di una piccola comunità urbana: quella del ristorante inteso come “casa”, come luogo di ritrovo per la famiglia e per gli amici, luogo di fuga e di magia, dove ci si innamora o si sbaglia in amore.
Storia raccontata accelerando un po’ il ritmo della narrazione e il linguaggio visivo; macchina da presa costantemente impegnata ad avvicinarsi ai personaggi, ad allontanarsi da loro o a seguirli, non vuole forzare le risate del pubblico (che comunque non mancheranno). Nonostante i tanti elementi comici, il film, racconta, comunque, la storia di una rottura e di una separazione.
Ed anche la storia di uno Zinos (Adam Bousdoukos) generoso, dotato di spirito di abnegazione, un po’ maldestro e opportunista, ma dal cuore buono, personaggio comico (o meglio tragicomico) che ci fa ridere della sua tragedia e del rapporto col fratello Illias (il Moritz Bleibtreu di “Lola corre”, “Le particelle elementari” e “La banda Baader Meinhof”). Poiché “La musica è il cibo dell’anima” (come dirà Zinos ad un certo punto), ecco che a condire le molte situazioni divertenti che spaziano dal leggero al grottesco (uno chef un po’ sopra le righe con la mission di migliorare il mondo per mezzo della sua cucina, un massaggio per il mal di schiena dagli effetti un po’ speciali), ci sono molti brani strumentali soul degli anni ’70, come quelli di Quincy Jones e di Kool & The Gang, oltre ad accenni di R&B di Sam Cooke e Ruth Brown, hip-hop e sound elettronico di Amburgo. Un ottimo film su musica, cucina, famiglia, amori, sapori, delusioni, sbagli della vita e voglia di ricominciare. Storie di bevute, di mangiate, di feste e di balli. Storie semplici e comuni ma ottimamente amalgamate in una ricetta ben servita sul piatto dello spettatore che, alla fine, non può fare altro che complimentarsi con lo chef-regista.
Ottimi sapori che, però, rischiano di perdersi subito all’uscita del Soul Kitchen: non per colpa del film, attenzione.
Anche quel piccolo vecchio quartiere di Amburgo sta perdendo la sua storia, il suo passato e le sue tradizioni in omaggio a una cementificazione selvaggia che sembra prediligere solo zone residenziali. È anche questo, sopra a tutta la storia, il cavallo di battaglia che Fatih Akin vuole cavalcare.
Pubblicato in: Recensioni e critiche • Trame
Informazioni sull'autore dell'articolo: Il mio nome è Mirko, nato nel 1985 studio Scienze della comunicazione a Bologna. Ho dato vita a Cinebaleno nel 2007 e mi interesso di scrittura su blog (a Cinebaleno sono molto affezionato). Mi frullano per la testa progetti su progetti...datemi una mano a realizzarli!!!
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