Cherì, la recensione del nuovo film con Michelle Pfeiffer

Locandina di Cheri con Michelle Pfeiffer

Locandina di Cheri con Michelle Pfeiffer

Nel 1988 Stephen Frears dirigeva “Le relazioni pericolose”, tratto dall’omonimo romanzo epistolare di Choderlos de Laclos. Il film, ambientato nella scabrosa Francia del XVIII secolo, narrava la storia del libertino Valmont (interpretato da John Malkovich) e della spregiudicata Madame de Merteuil (Glenn Close), due esseri sostanzialmente abietti abituati a considerare l’amore solo come uno strumento con cui ottenere piacere e vendetta, a discapito degli uomini e delle donne coinvolti inconsapevolmente nei loro sordidi giochi (tra cui una giovanissima Michelle Pfeiffer).  Salvo rimanerne poi scottati, in un drammatico finale in cui Valmont perdeva la vita rendendosi conto di amare proprio la donna che aveva portato sul letto di morte, mentre le macchinazioni della Merteuil venivano alla luce e lei finalmente veniva esiliata dalla società, come meritava.

Dopo 21 anni, con il suo ultimo filmCherì“, Frears torna a raccontare la Francia, questa volta quella della Belle Epoque, e le conseguenze, di nuovo devastanti, che possono derivare dal prendere alla leggera un sentimento capriccioso, eppure potente, come l’amore. Tratto anch’esso da un romanzo francese – stavolta di Colette – “Cherì” tratta della passione scatenatasi quasi per caso tra la famosa, ormai matura, mantenuta Lea De Lonval (una ancora una volta stupenda Michelle Pfeiffer), e il giovane figlio -  appena diciannovenne - della sua cara amica Madame Peloux (Kathy Bates): il bellissimo, antipatico, volubile, passionale Cherì.

Lei, una donna che si è sempre, volutamente, tenuta lontano dal coinvolgimento amoroso, usando il suo splendido corpo come una macchina da soldi, è finalmente talmente ricca (ma anche non piu’ abbastanza giovane) da poter ritirarsi dall’attività, godendosi lusso e tranquillità. Lui, giovane annoiato, abituato a vedere le donne vendersi agli uomini per denaro, è cresciuto in un ambiente amorale, che lo ha plasmato di conseguenza. La loro relazione iniziata per gioco continua per sei anni, sinchè viene annunciato il matrimonio di Cherì con un’insignificante, ma molto ricca e molto giovane donna, che lui sposa per pura indolenza. I delicati equilibri fatti di passione, abitudine e noncuranza nel delineare i sentimenti reciproci si spezzano: Lea si rende conto a malincuore di essere perdutamente innamorata del ragazzo, e Cherì che non può vivere senza Lea, ma neanche insieme a lei, non riuscendo quasi a perdonarle i suoi vent’anni in piu’. A dividerli, infatti, è proprio la grande differenza d’età, che li porta ad vedere l’uno nell’altra, rispettivamente un viso e un corpo che sfioriscono, e un carattere infantile e capriccioso. Si dividono per sempre. Grazie alla voce narrante che ci ha accompagnato per tutto il film, scopriamo che Cherì si ucciderà pochi anni dopo; di Lea, nessuna notizia: solo un primissimo piano finale, lungo e drammatico nella sua essenzialità.

Il film può vantare una ricostruzione degli ambienti perfetta e dei costumi meravigliosi (stupendi soprattutto quelli della Pfeiffer, elegantissimi, ma mai volgari o esagerati, proprio come il suo personaggio), e la sua atmosfera non è mai triste, ma si mantiene anzi volutamente su toni quasi da burla (aiutato da una colonna sonora leggera e frizzante), soprattutto nelle scene che mostrano l’inutile fuga di lei e l’impaziente attesa di lui. E’ pervaso da una sottile ironia che, attraverso lo sguardo teneramente malizioso di Lea e quello disincantato, leggermente schifato di Cherì, pervade l’opera dall’inizio agli ultimi dieci minuti. Alla fine, infatti, il film di Frears rivela la sua profonda drammaticità (già anticipata comunque da numerosi accenni qua e là), svelando il suo vero protagonista, ossia l’inarrestabile passare del tempo, che costringe una donna ancora bellissima a considerare la propria vita praticamente finita, a “censurare” il proprio futuro, solo perchè il suo corpo comincia a sfiorire, le prime rughe a notarsi, i capelli devono essere ormai tinti, mentre è evidente che il suo spirito e la sua mente sono ancora assolutamente, assurdamente, giovani. Un tema che suona attualissimo in una società come quella di oggi, in cui apparire giovani è diventata un’ossessione da pagare a caro prezzo. Se Lea vivesse ai giorni nostri, a Parigi, probabilmente farebbe l’abbonamento dal chirurgo estetico e porterebbe in giro il suo giovane amante come un trofeo. O forse no?

Bravi gli attori, a cominciare da Kathy Bates - a prima vista sciocca e superficiale – ma sotto sotto arguta e pungente al punto giusto. Dignitoso il giovane Rupert Friend, che riesce a calarsi bene nei panni del viziato e prepotente Cherì, tanto avido da perdere proprio ciò che più desidera. Bravissima Michelle Pfeiffer, che dimostra con ironia come si possa recitare belle parti anche a piu’ di cinquant’anni senza per forza interpretare la madre di qualcuno, e che ha uno stile, una classe e un fascino che la rendono piu’ seducente adesso che quando aveva vent’anni. Nel discorso finale a Cherì è contenuta, ma proprio per questo commovente, e lo sguardo che rivolge a se stessa allo specchio, con gli occhi pieni di lacrime, racchiude tutta la tristezza di chi è costretta a vedersi invecchiare da sola, inesorabilmente. Impossibile non fare il confronto con la scena che conclude “Le relazioni pericolose”, in cui Glenn Close contempla, specchiandosi anch’essa, un volto la cui bellezza è innaturale e corrotta da un animo crudele (nel romanzo, nella stessa scena scopre di avere i primi segni del vaiolo, che le rovineranno il viso). Diversi sono di conseguenza i sentimenti dello spettatore. Vorremmo infatti distogliere quasi gli occhi, disgustati, dal primo piano di Madame de Merteuil, mentre ci piacerebbe poter guardare il bellissimo viso di Lea ancora a lungo, intatto.

Pubblicato in: Recensioni e critiche

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Informazioni sull'autore dell'articolo: Pazza per cinema, letteratura e pc.

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  1. Luca scrive:

    lei è splendida :-)   [Rispondi]

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