Nel corso dei secoli numerosi sono stati i nomi attribuiti dalle varie culture a quell’affascinante creatura mitologica che porta l’appellativo di Licantropo: quell’essere umano con la capacità di trasformarsi in lupo mannaro nelle notti di luna piena, protagonista di spaventose storie che, per secoli, hanno dominato le culture di tutto il mondo e che solo negli ultimi 70 anni ha cominciato anche a comparire sul grande schermo.
In principio fu il classico del 1941 “L’uomo lupo” a dare il via a questo mito, personaggio icona destinato a durare a lungo; successivamente abbiamo avuto i vari Van Helsing, lupi mannari americani in giro il mondo, Twilight, Underwolrd, ed ora, con la firma di Joe Johnston (“Jurassic Park III”, “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi”) arriva questo “Wolfman”, interpretato nientemeno che da due Premi Oscar di tutto rispetto: Benicio Del Toro ed Anthony Hopkins.
Storia spaventosa ma anche storia d’amore e non solo di violenza (avvisiamo subito il pubblico più sensibile dell’interminabile fiumana di sangue che scorrerà dall’inizio alla fine e delle interiora asportate, manco fossimo in una sala operatoria), la riattualizzazione di questo classico (che rimane abbastanza fedele all’originale) si sposta dalle location del Galles degli anni ’40 all’Inghilterra vittoriana del 1890 e ci presenta Lawrence Talbot (Del Toro) che ritorna a distanza di anni nella cittadina di Blackmoor.
Testimone di un indicibile orrore di cui è stato partecipe da bambino, viene allontanato per un anno in manicomio e, una volta uscito, intraprende la carriera teatrale in quel di Londra. Richiamato dalla fidanzata del fratello (preoccupata per la scomparsa del suo amato), Lawrence dovrà vedersela con una mostruosa creatura che sta seminando panico e terrore nell’intero villaggio, oltre ad impegnarsi a ricostruire un rapporto col padre, abbandonato da decenni.
A rendere omaggio al film, in una versione più attuale per il pubblico di oggi, l’ossessionante e viscerale ululato di un Benicio del Toro (“Traffic”, “21 grammi – Il peso dell’anima” e la recente biografia in due film di Ernesto Che Guevara) dagli occhi incredibilmente espressivi e in grado di trasmettere grandi emozioni, sorretto dalla sempre magistrale interpretazione di Anthony Hopkins (basta solo rammentare il capolavoro “Il silenzio degli innocenti”), freddo come il ghiaccio, esemplare nel non far trasparire alcuna dolcezza verso la tragedia e il dolore, in un look da unghie sporche, pellicce indossate con vestaglia e cappotto, capelli arruffati e che si aggira per un’enorme residenza desolata in totale stato di abbandono (per la cronaca, abitata dal Duca e dalla Duchessa del Devonshire, che ne sono anche i proprietari). Non tralasciamo anche il cameo di una brava Geraldine Chaplin (nel la parte della zingara Maleva) che presagisce la notizia della maledizione di Lawrence. Leggi la continuazione »